Un passo avanti 0

ombra Le parole sembravano scelte in modo da impedire che le pagine venissero situate in una trama, con un qualche nesso, che la pigrizia del mio pensiero non mancava mai di cercare come per sottrarsi all’inquietudine.

L’ignoto autore dava un nome, o meglio un titolo, a ogni suo gruppo di appunti, che il più delle volte conteneva le giuste battute per coprire due interi fogli. Il quaderno era composto da tanti brevi capitoli, come nella forma di un diario, seppur con contenuti che apparivano scritti da più persone. E tuttavia in quei testi rotti, alla deriva, e separati tra di loro, si annodavano strani rapporti, si verificavano intrusioni, brusche invasioni, cadute di parole tra le frasi, uscite fuori programma, lampi verbali e scarabocchi che lasciavano presagire un unico disegno.

Mettendo insieme pazientemente i pezzi, intrecciando la catena dei segni e il significato delle parole si poteva abbozzare una storia senza luoghi né nomi. Un uomo, solo, e qualcosa di sconcertante.

Una delle ultime pagine lette colpì con forza la mia immaginazione. Introdotto da un paio di cifre che potevano indicare un giorno e un’ora e corredato di simboli insoliti, il testo serbava un’apparente dichiarazione d’intenti.

Il soffitto del seminterrato è tutto tubi, ferro e ingranaggi che sporgono, è come il ventre di una macchina sotto cui strisciare per riparare un guasto. È il posto giusto. Non c’è tempo da perdere. In questi giorni devo capire dove mettere le mani, devo trovare il luogo adatto per poi passare alla fase successiva.

La mia storia troverà così un finale che non la dia per conclusa. Come questa pagina, una rete di parole in cui un io scritto e un io scrivente incontrandosi esplodono moltiplicandosi in altre parole e in altri pensieri, mettendo in moto una reazione a catena per cui alla fine i due soggetti si mescoleranno e scopriranno le cause che li fanno muovere.

Un passo indietro 0

passoindietro Per raccontare tutto quello che mi è successo in questi ultimi mesi dovrei fare un resoconto troppo lungo, mentre la storia della mia vita che viene prima potrei sbrigarmela in pochi minuti.

Coccolato, viziato, felicemente menefreghista. Cresciuto protetto dai falsi confini di un ridente quartiere residenziale, alle porte della città. Comodo, con ogni cosa a portata di mano, senza spigoli né termini di confronto. È inevitabile che l’appartenere a questo mondo ovattato diventasse ben presto motivo di orgoglio, infatuazione e arroganza.

La scuola, lo sport, le vacanze interminabili, la spensieratezza e il domani ancora lontano. Rari momenti di delusione, capricci dovuti all’impossibilità di realizzare appieno la mia volontà. Un destino che era il più, il sempre più: al meno non ci pensavo neppure di sfuggita. Crescevo, mi scoprivo più adulto, andavo dal più al più ancora, dalle somme ai multipli alle potenze. Un’esaltazione, una smania, nell’illusione che ogni cosa dipendesse da me, nella certezza che tutto, in qualche modo, fosse sotto il mio controllo.

Passavano gli anni. Gli aperitivi, le serate, i viaggi e le fotografie. Ed ecco le prime sensazioni di precarietà, brevi ma acute, che mi coglievano di sorpresa, come se di colpo la mia vita mostrasse una fragilità intrinseca rimasta nascosta fino ad allora, come se tutto potesse sgretolarsi in mille pezzi nel giro di poco.

L’università, il lavoro, la disoccupazione, i problemi economici, la lettera di sfratto. Tutto iniziò a sfuggirmi di mano. Da ciò la forte insofferenza che provavo per la difficoltà che il mio mondo dimostrava nel prendere forma, per l’incertezza del mio futuro. Volevo che il tempo si bloccasse, desideravo capire cosa mi stesse accadendo. E da ciò anche la paura che non riuscivo a soffocare, che appena mi fossi fermato a pensare subito sarebbe iniziata una fase di sconforto. Ormai era tardi, non potevo permettermi di perdere altro tempo.

Mi avevano promesso un avvenire, mi immaginavo una vita riuscita. A più di trent’anni vivevo ancora con i miei e guadagnavo a stento quattro soldi. Qualcosa era andato storto. Non mi rimaneva che buttarmi sul lavoro, sperando in una sorte migliore.

Poi arrivò lei che non apprezzava affatto il mio strafare, che dopo un bacio continuava a starsene sulle sue, un po’ apatica, col mento sulle ginocchia abbracciando le lunghe gambe ripiegate coi gomiti sporgenti, con la frangetta che le copriva lo sguardo. Un’indifferenza che mi portò all’esasperazione. Una grande litigata, poi l’addio, e alla fine compresi la lezione.

Non mi restava che un solo oggetto di ammirazione, un solo valore, il solo e unico modello di perfezione, ed era il nulla. Tutti i miei convincimenti, la mia smania di fare, il mio desiderio di diventare qualcuno, di avere di più, di aggiustare le cose, le mie aspettative, erano stati inutili, un abbaglio.

Ed eccomi qui. Oggi mi guardo allo specchio e sono irriconoscibile. Soltanto gli spiragli di vuoto, le assenze, le pieghe nel tessuto del tempo, le lacune e i nessi mancanti, mi paiono racchiudere un senso e un valore. E mentre sui continenti s’accalcano milioni di persone in festa o sofferenti, e i mercati straboccano di polli spappolati, prodotti surgelati, cellulari e computer di ogni genere, io vivo e ti spio, cercando un modo per alleviare le nostre sofferenze, finché un giorno ci annulleremo insieme.

Se una mattina in treno la stanchezza 0

indignati_0 Il tempo scorreva e il paesaggio cambiava. Muri bagnati e nuvole grigie di cemento si alternavano a cieli color turchese. Il verde stanco delle foglie era ormai rame. Incominciava a far freddo. Ma i raggi del sole erano ancora tiepidi e alcuni giorni sembrava che l’estate non volesse andar via.

Io ero sempre più stanco e confuso. Le ore della mia vita si erano riempite di segnali misteriosi e messaggi indecifrabili. Pensieri ingarbugliati, parole sfinite e indizi curiosi mi rendevano inquieto. E più il tempo passava più la mia apprensione si faceva morbosa. La notte faticavo a chiudere occhio. Calma e salute iniziavano ad abbandonarmi. Ma ogni tanto, in treno, quando riuscivo a sedermi, esausto, mi addormentavo.

Una mattina, d’un tratto, sprofondo in un sonno grave, di quelli dove riemergono sentimenti perduti. Le illusioni della follia, il recupero dei momenti passati, una regressione verso regni elementari. Proiezioni e ombre si impadroniscono di visioni incerte. L’illuminazione progressiva e vagante delle zone nascoste nella mia memoria fa emergere un dolore mescolato alle parole di una donna, sola, senza volto, illuminata da una luce. Tutto intorno il buio.

Indignazione. Risoluta ribellione a quanto offende la dignità propria o degli altri. Indignata. Dominata da un moto di profondo e risentito sdegno e di risoluta ribellione. Indignare. Muovere a sdegno, suscitare indignazione o vivo risentimento. Indignarsi. Reagire con un atteggiamento di protesta o di condanna risoluta. Sdegno. Viva reazione di risentimento misto a disprezzo, provocata da una grave offesa alla propria sensibilità morale. Dignità. Rispetto che l’uomo conscio del proprio valore sul piano morale deve sentire nei confronti di se stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati. Risoluta. Rapida nel decidere, energica e sbrigativa nell’agire, fermamente decisa a comportarsi in un determinato modo. Voci di dizionario scaturite dalla passione per ciò che si prova nei confronti dell’eccesso.

Eccesso di pensieri che con superficialità si è creduto di poter sistemare in grandi catasti, come i frutti della terra, e che alla fine, invece, sono scappati via, come nubi, spinte secondo velocità variabili, in direzioni diverse. Pensieri che cambiano continuamente posizione gli uni rispetto agli altri. Nubi che si fanno ombra e che mutano forma a seconda di come le si guarda. Pensieri inaccessibili, che non sono più nostri, che rincorriamo per farci accogliere e farci adottare. Indignati. Impotenti nel penetrare nubi che nascondono in sé il senso della propria indegnità.

Una frenata, perdo l’appoggio, picchio la testa contro il finestrino. Rieccomi a guardare fuori, in attesa di capire cosa succede.

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