La tartaruga arriva prima

criceto Posto che un giorno è composto da 24 ore, e che un’ora è fatta di sessanta minuti e che un minuto di sessanta secondi e così via che se dovessi continuare andrei avanti all’infinito, allora domani, alla stessa ora, se gli istanti di questa giornata sono infiniti davvero, non avrò fatto di certo molti progressi e mi ritroverei nella situazione in cui mi trovo adesso, abbastanza incazzato direi, invischiato in infiniti istanti di tempo che superato uno te ne trovi subito un altro e poi un altro ancora, senza mai poter raggiungere quel momento là che avresti voluto. Roba che se devi aspettare una telefonata stai fresco.

Sottile argomento, sofisma, cavillo o scemata, chiamatela come volete, ma per me è proprio un problema. Il tempo e la sua infinita divisibilità sono una bella gatta da pelare, e anche chi mi dice che è scorretto assumere che il tempo è infinitamente divisibile e che le sue parti non sono mai istanti privi di durata,  ma hanno sempre una certa durata, seppur minima, così che è possibile percorrere parti infinite di spazio in un tempo finito, io mi sento di rispondere che questa idea non mi convince molto, anzi è un po’ una boiata.

Ho provato a venirne fuori in tutti i modi, ma niente. Cerco di fare un passo dopo l’altro con una certa rapidità, ma appena scavalco un millesimo di secondo eccone lì un altro che mi si piazza in mezzo ai piedi. Mi sono allenato sulla velocità, ma non ci ho guadagnato molto. Ho spinto e ho cercato di correre con tutte le energie, ho saltato agilmente da un istante all’altro, ho scartato i miliardesimi di secondo che sono infidi e pungono come aghi. E quanta fatica! Giorni e giorni di sudore per nulla, come un criceto. L’orologio è la mia ruota.

Sono ancora qui che non riesco a fermarmi, quando finisco una corsa ne inizio subito un’altra e quando non c’è nessuna corsa da fare corro comunque, perché anche se mi sembra di aver fatto qualche passetto in avanti, in verità so che sono ancora lì al punto di prima. E quando non ho più le forze per correre, allora mi riposo un poco, ma di nascosto: dire agli altri di un tale spreco di istanti preziosi sarebbe una grande vergogna.

In tutta frenesia sfreccio senza ritegno. Non conta più nulla, solo mi interessa cacciare dietro alle spalle quegli infiniti e fastidiosi attimi che mi punzecchiano, mi ronzano uno dietro l’altro vicino alle orecchie e mi mettono prurito dappertutto. Non riesco più neppure a dormire, ma con ostinazione non demordo. Ed ecco che a un certo punto mi sfracello.

Qualche giorno dopo mi risveglio tutto imbragato, sdraiato, indolenzito senza più forze, con un gran cerchio alla testa. E basta poco per rendermi conto che sono invecchiato, che mi sono bruciato, che il tempo che ho scartato di continuo è passato. E non ci vuole niente per capire che se avessi voluto spingermi più in là, avanti, dove avrei voluto, sarebbe semplicemente bastato accogliere quegli istanti per quello che erano: unici.

Dunque occhio a non schiantare, e se sai già come fare, per cortesia lascia un commento, dicci qual è il tuo comanda-lento

1 Comment so far

  1. ile on giugno 25th, 2010

    Il mio comanda-lento? Vediamo un po’… Prestare attenzione ogni giorno al tempo che fa e, quando merita, fermarsi un paio di minuti a osservare. Magari quando ci sono quelle nuvole bianche e definite o a fine giornata quando il cielo diventa tutto striato e si tinge di mille sfumature. E quando arriva forte il vento uscire a gustarselo o stare a sentire l’odore della pioggia estiva… Mettendo in standby per qualche attimo il rincorrersi dei propri pensieri.

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