Milano s’imbianca

Un giorno d’inverno. Mi sveglio. Impiego la solita mezz’oretta per prender coscienza. Metto il cappotto ed eccomi giù. La macchina accesa con il riscaldamento a palla e io a raschiare il vetro ricoperto di brina. Più in là un figuro in loden. Mi dà un’occhiata, si avvicina al suo mezzo, sorride beffardo. Svuota una bottiglietta d’acqua calda sul parabrezza, poi prende e se ne va . Seccato, raschio più forte. Dopo dieci minuti sono già in macchina. Con le membra anestetizzate dal gelo ingrano la marcia. Non metto la cintura: mi muovo a stento. Guido piano. Giro l’angolo: posto di blocco. Accosto. Un poliziotto fa no col dito. Cerco di giustificarmi. Un giro di parole io, un’alzatina di spalle lui. Becco la multa. M’innervosisco. Non ho più freddo. Rientro in macchina. Metto la cintura. Qualche centinaio di metri e sono fuori dal quartiere. Arrivo alla rotonda. Di fronte il delirio: traffico a flusso continuo. Do la precedenza. Aspetto. Passa qualche minuto. Aspetto ancora. Mi guardano. Li guardo. Il tempo scorre. Niente di nuovo. Allora ci provo. Timido, mi propongo. Faccio per immettermi: mi fulminano. Metto in folle. Dietro suonano. Stringo i denti, ci riprovo. Non si passa. Rimetto in folle. Dietro suonano ancora. Faccio segno e indico il dare precedenza: mi mandano a stendere. Rieccomi. Di nuovo. Nulla. Mi rifermo. Ho un po’ caldo, tiro giù il finestrino: l’aria è amara, tossisco, tiro su. Penso. Hanno la precedenza. Ritento. Avanzo col muso. Quasi tampono uno. Mi da del pazzo. Gli do dell’isterico. Mi dice di stare tranquillo e di aspettare. Gli spiego che è fin troppo che aspetto. Mi risponde che non gliene frega nulla. Gli rispondo che non m’interessa. Mi dice di non fare lo spiritoso. Gli do dell’imbecille. Ci capiamo perfettamente a gesti. Quello fa segno di scendere, ma questa volta non lo capisco. Guardo altrove e faccio finta di nulla. E’ sceso. Bussa al finestrino. Pulisco il cruscotto. Poi gli suonano, torna in macchina, tira dritto e se ne va dieci metri più in là. Non scende più. Sono ancora fermo. Un po’ teso. Mi scarico, accelero in folle. Faccio un po’ di fumo: mi fanno i fari. Sono in ritardo. Non ci sto più. Penso. Hanno la precedenza. No. Tocca a me. Sgaso furioso, ma rimango lì. Niente da fare. Inchiodato. Poi una macchina rossa. Dentro c’è lei. Mi guarda. Fa cenno di passare: è bella e sorride. Passo, rimango un po’ ebete. Ora la strada è scorrevole. Guardo lo specchietto, vedo i suoi occhi: riflettono il sole velato dalla coltre di nubi. Fuori gli alberi spogli disegnano rigagnoli di china nel cielo bianco. Le case si abbracciano e sorridono sui marciapiedi dove i passanti fluttuano come coriandoli spaesati da un vento leggero. Più in là un cortile, panchine morbide come cuscini, una nonna e un passeggino. Incastonata tra i palazzi, una piccola chiesa in mattone. Pian piano qualche fiocco di neve. Nel giro di poco, tetti sfumati e strade imbrattate. Sono quasi arrivato. Parcheggio prima. Passeggiò un po’. Nell’ aria fragranza di pane. Più avanti una scuola, ragazzi allegri: scende la neve.

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